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Ballate del caffè triste – Solitude Standing trent’anni dopo

“I misteri della vita sono tutti in la minore” sosteneva qualche tempo fa Suzanne Vega. Per la cantautrice nata in California, ma cresciuta nella suggestiva e turbolenta Spanish Harlemportoricana (come veniva cantata da Bob Dylan nella stessa epoca) il suo scopo è sempre stato cercare di scrivere canzoni che esprimano in maniera del tutto personale il suo animo e i misteri della vita. Deve essere stato difficile per una ragazza sensibile che sognava una vita da poetessa ma che lungo il suo percorso trovò la musica come valvola di sfogo. Da quel momento in poi, ed era molto giovane se ne innamorò perdutamente e questo cambiò radicalmente la sua vita. Nonostante la gente abbia di lei un’idea di poetessa ascetica persa nei suoi blues, in realtà Suzanne Vega non è poi così aliena ai desideri terreni. Quei sogni e quelle aspirazioni che forse tutti hanno. Uomini e donne, persone dotate di talento artistico, ma fondamentalmente persone con una storia, un fardello da espiare. Nonostante sia dai più considerata un’autrice piuttosto seria, Suzanne Vega nasconde un carattere comico e leggero, duro e poetico come forse solo gli newyorkesi sanno essere. La sua musica, del resto, ha saputo rilanciare canzoni gentili dai connotati principalmente acustici. Un modo di scrivere intimo e complesso, tipicamente femminile, ma capace di colpire con incisività, lasciando il segno e forse facendo ancora più male, rispetto a tanti altri colleghi uomini. Era la nuova scena folk statunitense degli anni ottanta, e Suzanne Vega ne ha rappresentato una delle voci più sincere e profonde.

Quello spirito che sa davvero di New York City, almeno per come ce lo immaginiamo noi sognatori europei persi tra un romanzo di Henry Miller e una composizioni di George Gershwin, ancor più e prima del sound duro ed essenziale dei Velvet Underground. Il grande pubblico se la ricorda per il suo sfolgorante Solitude Standing, il suo secondo disco apprezzato dalla critica, che contiene alcuni dei brani più celebri del suo canzoniere. Tra atmosfere dark anni ottanta e dolci ballate folk che tradiscono la sua passione per Dylan, Joni Mitchell e Laura Nyro, in questo album ricorrono testi ricercati e complessi, poco usuali nella popular music statunitense. Filastrocche, giochi di parole derivati dalla sua passione per voci come quella di Sylvia Plath e T.S. Eliot. Una scrittura che spesso scorre attraverso immagini suggestive, dove l’ascoltatore può davvero ritrovarsi e perdersi, mentre la musica scorre lentamente, in maniera quasi ipnotica. Con uno stile molto cadenzato e personale. Proprio come avveniva con il brano Gypsy, uno dei suoi brani più riusciti di sempre, che si trascina di verso in verso, tra un accordo e l’altro, pacatamente. E’ una musica intimista e di riflessione, canzoni ambiziose e astratte.

Difficile etichettare un’autrice come Suzanne Vega. Non lo era nemmeno 30 anni fa, figuriamoci ora! Oggi con l’attuale leva cantautorale e con il diffondersi dell’hip hop una musicista come lei avrebbe ancora meno spazio. Forse gli anni ottanta erano il momento giusto per rilanciare e riproporre, almeno negli States e in particolare a New York City autrici interessanti e insolite come Tracy Chapman, Nancy Griffin, Michelle Shocked e molte altre ancora. Suzanne Vega è stata a capo di una nuova leva cantautorale che ha poi portato fino ad Ani DiFranco, Aimee Mann ed Eddie Brickell. Forse sarebbe giusto riscoprire tutta la sua discografica che in un contesto come quello attuale, dominato dall’indie e dall’alternative pop, potrebbe trovare una delle voci più interessanti di una generazione che ha ancora molto da esprimere. La voce di Suzanne Vega è ancora forte e presente in uno scenario più racchiuso e di nicchia, come nel caso del suo ultimo lavoro. Si tratta di un concept album ispirato alla scrittrice statunitense Carson McCullers, che da Columbus, Georgia, ha spedito al mondo cartoline di rara intensità e bellezza. Un esempio su tutti è dato dal suo testamento artistico, The Heart is a Lonely Hunter, del 1940. Un romanzo di culto celebrato da una stretta cerchia di artisti che ha avuto una riscoperta anche grazie al film A Love Song to Bobby Long, diretto dalla regista Shainee Gabel e interpretato da un insolito John Travolta. Per chi fosse interessato al disco, il titolo è Lover, Beloved: Songs From An Evening With Carson McCullers.Chi conosce bene Suzanne Vega e quel suo microcosmo che ci fa pensare a un fiaba dai connotati post apocalittici, da fine del mondo eppure di un mondo quotidiano, quasi mai straordinario, questo omaggio rivolto a Carson McCullers è del tutto spontaneo, naturale, come il suo canzoniere d’altronde è sempre stato. Tenera e crepuscolare, quasi mai selvaggia, la sua liturgia della solitudine adolescenziale pennella storie innocenti e commoventi che provengono da un’infanzia magica e malinconica, dove il colore è un grigio uniforme e dove persino i giocattoli sembrano provare dolore. Le canta con una voce distaccata e sognante, piana e persino monotona, che rende la noia e l’incubo della vita nella metropoli alla perfezione, come ebbe a dire Piero Scaruffi.

Non è la grinta di Rickie Lee Jones, la passione di Lucinda Williams o l’energia punk di Patti Smith, che infiamma le liriche e le melodie dimesse di Suzanne Vega. Se avete in mente musicisti come la Smith o ancora di più una come Janis Joplin, forse non è il caso che vi addentriate nel cuore della discografia di questa cantautrice. La sua è una voce da ballata del caffè triste, per rubare ancora un titolo a Carson McCullers. Il suo più grande successo, restaSolitude Standing, secondo album in studio, inciso ben trent’anni fa. E’ l’invito da parte di chi si è tante volte perso nella voce di Tom’s Diner, affresco impressionistico per sola voce, e racconto in prima persona di un animo sensibile che sfiora la vita, le persone e le situazioni. Uno sguardo forse un po’ timido, ne siamo consapevoli, ma la cui voce rende credibile, veritiero e quindi degno di essere raccontato ogni particolare significativo. Del resto il ruolo di un vero musicista e quello di un cantautore maggiormente, non è forse quello di dare una voce ai proprio pensieri? Tornano alla mente le parole del compositore Randy Newman,non a caso uno dei suoi preferiti,il quale affermò che negli anni sessanta l’America sperava in un cambiamento sociale. Erano in atto rivoluzioni di vario tipo. Quella organizzata dalle donne fu l’unica a produrre dei reali benefici.

Ci sono artisti capaci di racchiudere e cristallizzare un’epoca. E poi ci sono artisti che sono in anticipo sui tempi e necessitano di altre epoche per essere apprezzati e compresi a pieno. Suzanne Vega, un po’ come la sua maestra Laura Nyro è sicuramente una personalità che appartiene a questa seconda categoria. Ci sono canzoni e musiche che forse sono troppo libere per questo mondo, così brutale, così selvaggio e duro, come il nostro. Mi piace pensare al fatto che autrici come Laura Nyro, Joni Mitchell e Suzanne Vega siano le eroine di un movimento di avanguardia raffinato e complesso, che dalla seconda metà degli anni sessanta in poi ha saputo guidare la leva cantautoriale americana con grande autorevolezza e determinazione. D’altronde come ha detto qualcuno: – Quando un artista regge uno specchio alla natura scopre chi è e che cosa è egli stesso.

 

[Articolo scritto in occasionale del trentennale diSolitude Standing 1987-2017]

 

redazione: Netflix Magazine

Comments (3)

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