FILM

L’invasione degli ultracorpi (1956): paranoia dallo spazio profondo

Non amo fare distinzione tra cinema cosiddetto “alto” e “basso”, anche perché questa distinzione esiste spesso solo nella testa degli appassionati di cinema. Oggi, ad esempio, affrontiamo un titolo che quella linea di demarcazione l’ha frantumata senza farsi troppi problemi.

 

Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, l’industria cinematografica americana era sprofondata fino alla cintola in una pozza di catrame, le liste nere in cui erano finiti tutti gli sceneggiatori accusati di legami con il Comunismo (il più celebre tra tutti, sicuramente Dalton Trumbo) avevano influenzato il panorama cinematografico ed ogni decisione di Hollywood dal 1947 in poi. Questo almeno fino ai primi anni ’50 quando a molti di questi sceneggiatori, per quanto malvisti e considerati eccentrici, venne concessa non dico la grazia, ma almeno la possibilità di lavorare, anche se con addosso l’occhio severo della American Legion, pronta a boicottare ogni film anche solo vagamente politico, le uniche pellicole concesse erano quella chiaramente anti-comuniste, oppure quelle che difendevano la morale, sto pensando a titoli come “Marijuana” (1952) in cui il Duca John Wayne spezzava sul nascere i traffici illegali di Jay e Silent Bob, o qualcosa del genere, in questo momento non ricordo tutti i dettagli.

 

Ai margini delle grandi case di produzione, però, qualcosa bolliva in pentola, era grazie alle piccole case di produzione, ai B-movie e al cinema di genere rappresentato da western, horror, polizieschi e fantascienza che alcuni autori potevano permettersi di esprimere dubbi e preoccupazioni sulla vita nel dopoguerra americano. Lontano dall’occhio sempre spalancato dei censori, si facevano largo nomi come quello di Jack Arnold, Samuel Fuller e ovviamente Don Siegel, ma prima è necessario fare un passo indietro introducendo un tassello fondamentale di questa storia: Walter Wanger.

 

Wanger non era certo l’ultimo della pista, aveva lavorato ovunque (MGM, RKO, Universal), producendo cosette come “Ombre Rosse” (1939) di John Ford e “Il prigioniero di Amsterdam” (1940) di Alfred Hitchcock. Era considerato da molti un anticonformista fin dagli albori della sua carriera, un tipo eccentrico con una scrivania negli uffici che contavano, come quelli della Paramount Pictures, almeno fino alla svolta (da film) che gli cambiò la vita, vi romanzo un po’ i fatti, ma nemmeno tanto: un giorno Wanger decide di uscire prima dal lavoro e mettendo piede in casa, trova sua moglie Joan Bennet, professione attrice, impegnata con il suo agente Jennings Lang, però non a ripassare le battute di un copione. Leggete tra le righe.

 

Wanger, come comprensibile, non la prese benissimo e sparò all’uomo nell’inguine, uno scatto d’ira che gli ha fatto vincere quattro mesi come ospite delle patrie galere e la messa al bando da tutti gli Studios che contavano, che un ex galeotto non lo volevano nemmeno per spazzare i pavimenti (storia vera). Ma di arrendersi Wanger non aveva nessuna voglia, fondò così la Allied Artist (anche nota come Monogram) piccola casa di produzione indipendente le cui intenzioni erano già tutte nel nome. Da qui Wanger parte alla riscossa radunando attorno a sé tutti quei talenti che nessuno voleva, come ad esempio quel ragazzetto motivato capace di aspettare tre ore fuori nel parcheggio, pur di parlare con lui, con un film a tema carcerario in produzione, Wanger tira su il telefono e trova un posto di lavoro a questo tizio, con un augurio (se così possiamo chiamarlo): «Sei dentro. Farai un paio di centinaia di dollari vedrai il tuo nome sullo schermo e questo è tutto. Da lì in poi dovrai cavartela da solo». Il ragazzo in questione era il figlio di un avvocato di Fresno, cresciuto in un ranch, con un passato militare, un talento per il teatro e una gran voglia di sfondare al cinema, si chiamava Sam Peckinpah (storia vera).

 

Il film in questione era “Rivolta al blocco 11″ (1954) diretto da Don Siegel, se vogliamo un po’ le sue prove generali, per un altro classico come Fuga da Alcatraz, sul set Sam Peckinpah faceva il “trova robe” il ragazzetto spedito a recuperare tutto quello che serve: una lampadina, il pranzo, i caffè, oppure (sfidato da Don Siegel in persona) la più trucida banda di facce da galera in circolazione, servono comparse da mettere dietro le sbarre. Peckinpah, già frequentatori di locali dove si attacca a bere forte dalle dieci del mattino, tornò accompagnato da alcuni soggetti poco raccomandabili, fu così che Don Siegel fiutò il talento e decise di prendere quel ragazzo sotto la sua ala protettiva.

 

Walter Wanger, dopo la sua personale esperienza carceraria, era molto interessato a produrre film dalle tematiche sociali, per non dare troppo nell’occhio il cinema di genere era il miglior modo per continuare a fare della critica, dopo le condizioni dei carcerati di “Rivolta al blocco 11″ era il momento di puntare più in alto, quindi Don Siegel si ritrovò a dirigere anche un film di fantascienza, lui che ormai si era fatto le ossa con le pellicole di genere come “Dollari che scottano” (1954).

 

Nessuno, meglio di Don Siegel era in grado di strizzare i centesimi, parliamo di un regista capace di lavorare di notte senza sosta, oppure di scovare luoghi per le riprese che nessuno aveva mai utilizzato prima e che, di conseguenza, costavano pochissimo. Ecco perché il suo protetto Sam Peckinpah in “L’invasione degli ultracorpi” è l’uomo dai mille volti: lo si intravede nei panni di uno dei camionisti impegnati a trasportare i famigerati bacelloidi, ma è anche il tecnico nel gas che si intrufola in casa del protagonista, mentre l’allora moglie di Peckinpah, Marie Selland, interpreta la donna alla pompa di benzina dove si riforniscono in tutta fretta i due protagonisti nel finale.

 

Visto che siamo in argomento, affrontiamo anche una questione molto controversa. Don Siegel per il titolo del film sognava “Sleep no more” una citazione al “Macbeth” di William Shakespeare, ma su pressioni di Wanger dovette optare per qualcosa di più altisonante come “Invasion of the Body Snatchers” (storia vera). La sceneggiatura di Daniel Mainwaring è stata revisionata proprio da Peckinpah, anche se su questo punto Mainwaring ha fatto valere le sue ragioni contestando l’effettivo coinvolgimento del pupillo di Siegel che solo anni dopo fece chiarezza: Peckinpah suggeriva possibili miglioramenti parlando direttamente al regista e al produttore che dopo averle approvate uscivano fuori con il più classico dei «Ho avuto un’idea! Ragazzo… Scrivi!» e sotto dettatura Sam Peckinpah riscriveva abbondanti porzioni della sceneggiatura (storia vera).

 

Ma oltre al titolo del film, la concessione più significativa che Don Siegel ha dovuto fare, riguardava il prologo e l’epilogo di “Invasion of the Body Snatchers”, la scena del dottor Miles J. Bennell (Kevin McCarthy) che viene portato in un ospedale psichiatrico perché nessuno crede alla sua stramba storia di bacelli spaziali che sostituiscono gli esseri umani. Siegel sognava di terminare il suo film all’apice della paranoia, con Kevin McCarthy impegnato ad urlare verso gli spettatori che i prossimi ad essere presi sarebbero stati loro, ma Wanger ha suggerito di optare per una conclusione più morbida ed edulcorata per il pubblico. Poco male, i semi erano già stati gettati, l’apocalisse imminente, il protagonista che dal manicomio racconta la sua storia e l’inizio del film che si ricongiunge con la sua conclusione, John Carpenter avrebbe omaggiato la struttura di questa pietra miliare firmata da Siegel in un altro suo capolavoro e non sarebbe stata nemmeno l’unica volta in cui Giovanni Carpentiere si sarebbe ritrovato a strizzare l’occhio a Siegel, in fondo la cittadina di Santa Mira, somiglia molto alle varie San Antonio Bay oppure alle MidwichCarpenteriane.

 

La Santa Mira di Don Siegel è la classica cittadina della provincia americana degli anni ’50, un posto patinato e sonnacchioso (winkwink) dove il medico è il punto di riferimento, ecco perché il dottor Miles J. Bennell ha le mani piene, ma soprattutto è molto interessato al ritorno in città di una sua vecchia conoscenza BeckyDriscoll (Dana Wynter… Bellissima se vi interessa un parere tecnico). Sullo sfondo dei loro pranzi e delle loro cene, strani eventi, un figlio che sostiene che sua madre non sia più davvero sua madre e qualche anziano collega che minimizza sul fatto che sia una sorta di psicosi di massa questa storia. Insomma, tutto inizia come uno scherzo, un po’ come quando sentivamo parlare di un’influenza laggiù in Cina, vi ricordate? Ecco, una cosetta del genere.

 

Don Siegel è sempre stato un maestro dell’essenzialità, i suoi film sono senza fronzoli, ma incredibilmente diretti, per “Invasion of the Body Snatchers”, utilizzando quel suo piglio deciso da generale che il suo protetto Sam Peckinpah avrebbe ereditato, ha allegramente preso a scoppolate sulla nuca i tizi del reparto effetti speciali che per la realizzazione delle creature volevano qualcosa di vistoso (traduzione: costoso!) che avrebbe fatto sembrare il film il solito “monster movie” buono per far pomiciare i ragazzi al Drive-In. Qui anche gli elementi fantascientifici sono ridotti all’osso, l’uomo con il “volto di cera” sdraiato sul tavolo da biliardo e gli stessi bacelloidi che compaiono sotto i letti delle persone sostituite il mattino dopo, sono senza fronzoli, ma iconici. Nessuno come Siegel sapeva prendere temi e trame del cinema di serie B, elevandole a cinema “alto” quello di serie A, la conferma che i generi cinematografici sono essenzialmente due: da una parte i bei film e dall’altra quelli brutti. E state pur certi che quelli diretti da Siegel appartenevano alla prima categoria.

 

Con il tempo, Wanger, Siegel e lo stesso Daniel Mainwaring si sono affannati a ribadire che no, “L’invasione degli ultracorpi” non era una grossa metafora sulla minaccia Comunista, anche se è inevitabile arrivare a pensarlo guardandolo, in fondo, molta della cinematografia americana verte (ancora oggi) sul terrore di essere assimilati da un’entità aggregante, capace di piallare via l’individualità delle persone, una paura insita in un Paese che ha fatto del sogno di autorealizzazione del singolo, la base di tutti i suoi valori.In realtà, Wanger e Siegel volevano criticare il modo in cui le vite degli americani venivano conformate (anche dai censori), andavi a letto una sera e ti risvegliavi che eri uno di LORO e in fondo anche questa è una lezione che John Carpenter ha fatto sua molto bene.

 

La critica all’uniformarsi, allineandosi alla massa non pensante è chiara nel film, arriva dritta al pubblico percorrendo la strada dell’exploitation, Wanger sognava di riuscire a coinvolgere Orson Welles per un prologo narrato da lui nel film, in modo da legarsi a filo doppio alla sua celebre trasmissione radiofonica, quella con cui nel 1939 fece credere al mondo che i marziani erano arrivati, quando invece era solo una lettura del romanzo “La guerra di mondi”. Ma Wanger, in realtà, non aveva bisogno di un grande maestro cinematografica, non un secondo per lo meno, visto che aveva giù Don Siegel.

 

Se “L’invasione degli ultracorpi” è ancora un classico è proprio grazie alla capacità di Siegel di far crescere la tensione e ben prima di Wes Craven, togliere il sonno anche ai più dormiglioni tra gli spettatori con la sua pellicola. A Siegel basta costringere Kevin McCarthy ad uccidere sé stesso (anzi, il suo doppelgänger) a colpi di forcone per evocare brividi nel pubblico. Malgrado il bianco e nero e l’età ormai ragguardevole della pellicola, ancora oggi questo film è in grado di incollare allo schermo il pubblico con il suo crescendo di ansia e paranoie, come nel sogno bagnato di in terrapiattista che sbraita contro le antenne del 5G, non ci sono dubbi siamo di fronte ad un classico della storia del cinema.

 

Il valore di un classico si misura anche nella sua capacità di influenzare la cultura popolare, il film di Don Siegel ha avuto tre rifacimenti: “Terrore dallo spazio profondo” (1978), “Ultracorpi – L’invasione continua” (1993) e “Invasion” (2007). Due molti belli e uno pasticciato da una produzione travagliata, ma per capire se un’opera è davvero parte della cultura popolare, dovete bussare alla porta di un cultore di vecchi film (uno che non ha mai distinto tra serie A e serie B) ovvero Joe Dante che nel suo “Looney Tunes: Back in Action” (2003) ha chiesto a Kevin McCarthy di tornare ad indossare i panni del dottor Bennell in una breve apparizione.

 

In questo film ci sono le basi di tutto, il concetto di creature aliene che uniformano al loro pensiero e stile di vita tutto e tutti era già presente in alcuni racconti di Philip K. Dick, ma è grazie a questo film girato in 23 giorni e costato 380 mila fogli verdi con sopra facce di ex presidenti defunti che è penetrato nella cultura popolare, da alcuni film di Edgard Wright fino ai Borg di “Star Trek: The Next Generation”, tutti devono qualcosa a questo classico.

 

Se devo metterla sul piano personale, poi, ho il mio modo di misurare quanto un film abbia fatto presa, ovvero grazie alle “citazioni involontarie”, quando nella mia parlata quotidiana mi ritrovo a citare le frasi di un film, ecco per far capire quanto qualcosa mi piaccia, ma proprio tante, uso una variante della frase con cui sto per concludere questo post: se mai mi sentirete dire che “L’invasione degli ultracorpi” di Don Siegel è meno che un capolavoro, vuol dire che sono stato sostituito da un bacelloide!

 

Autore: Cassidy

 

Blog: http://labaravolante.blogspot.com/

Pagina Facebook: https://www.facebook.com/La-Bara-Volante-398531586997849/

Comment here