SERIE

AFTER LIFE

Ricky Gervais è uno dei personaggi più controversi, affascinanti ed interessanti del mondo dello spettacolo. E qui bisogna prestare molta attenzione ai termini che si utilizzano: Ricky Gervais non è esattamente accostabile al mondo del cinema, dal momento che di apparizioni sul grande schermo ne ha fatte piuttosto poche. Lo ricordiamo quasi solo per il ruolo del Direttore di poche parole in “Una notte al museo”, la simpatica trilogia con Ben Stiller e Robin Williams al timone. Il suo volto è apparso con molta più frequenza in TV, suo secondo habitat naturale. In realtà Gervais è un uomo da “Stand up comedy”, un mattatore del teatro e del cabaret a tutto tondo. Si potrebbe dire che sia dotato del tipico umorismo “British”, ma ancora una volta sarebbe riduttivo. Ricky Gervais ha creato un nuovo tipo di comicità, secca, tagliente, irriverente, al di là della satira e delle battute pungenti spesso utilizzate da tanti comici. Ha condotto diverse edizioni dei Golden Globe, congedandosi quasi sempre con la stessa frase: “Stavolta l’ho fatta grossa, non credo che mi faranno condurre di nuovo”. Non ha mai risparmiato nessuno, e per questo si è sempre guadagnato tutta la mia stima, il mio rispetto e la mia ammirazione.

Non tutti sanno che Gervais è anche dotato in quanto autore. Indimenticabile il suo apporto alla fortunatissima serie “The Office”, vero e proprio capolavoro di comicità e scrittura. Eppure non era ancora arrivato al suo apice, la fantastica vetta che è riuscito a toccare nel 2019 e nel 2020 con le due stagioni di “After Life”, serie originale Netflix. Ci si innamora del suo personaggio, Tony, soltanto guardando il trailer: irriverente, scomodo, volgare, insolente, ai limiti del decente. Ho voglia di ridere, quindi mi ci tuffo.

Eppure le premesse sono tutt’altro che divertenti. Tony è vedovo da circa un anno, e ha seri problemi a superare la scomparsa della moglie Lisa, sconfitta da una forma fatale di cancro. Ogni contatto con la realtà ha assunto una piega diversa per l’uomo, che si è lasciato alle spalle la sua vecchia personalità, generosa e gentile col prossimo, per spianare la strada a un nuovo modo di essere, cinico all’inverosimile, freddo e solitario. Gli unici fili di Arianna che sembrano tenerlo legato ad un barlume di vita normale sono l’improbabile impiego di giornalista presso un altrettanto improbabile giornaletto locale, il vecchio padre malato di Alzheimer ricoverato in casa di riposo e la cagnolina Brandy, definitivo lascito della moglie. Proprio la figura del cane è ciò che mantiene in vita Tony ogni giorno, assalito costantemente da tendenze suicide che sfociano in timidi tentativi sempre sventati dalla presenza del quadrupede.

Che ci crediate o no, uno scenario del genere, drammatico e dal sapore amaro, riesce a far ridere fino alle lacrime. La prima puntata è una risata unica, e qui bisogna fare i complimenti al buon vecchio Ricky, impegnato nella triplice veste di autore, regista e attore protagonista della serie. Gervais ci chiude in cassaforte con una prima puntata comica, sboccata e irreverente, ci porta nel ventre della balena, convinto del fatto che una volta entrati non vorremo più uscirne. E succede proprio questo. Dopo aver riso con Tony nella prima mezz’ora di serie, affrontiamo gli episodi successivi con un piglio più maturo, a tratti commovente: veniamo posti di fronte al dramma di un uomo incapace di elaborare un lutto troppo pesante anche per la più forte delle schiene umane, intento a struggersi di fronte ai vecchi filmini di famiglia che ritraggono Lisa nei momenti più felici e sereni passati insieme. La vera fonte di dolore (ma allo stesso tempo di attaccamento alla vita) per Tony è tuttavia rappresentata da un altro tipo di filmato, una sorta di testamento audiovisivo che Lisa ha registrato in ospedale quando ormai prossima alla fine. Conscia del carattere di Tony, lo esorta a vivere la propria vita senza scordare la gentilezza che l’ha fatta innamorare, lo incoraggia a non voltare le spalle al mondo, a non trascorrere il resto della propria esistenza con la rabbia in corpo. Tra un bicchiere di vino e uno spinello di troppo, Tony tenta dunque di ristabilire una parvenza di normalità nella propria vita, quasi più per onorare la memoria della moglie che per raddrizzare la propria esistenza. Ne derivano situazioni riflessive, divertenti, ironiche, profonde, mai noiose: Gervais sfrutta l’intera vicenda come un grandissimo pretesto narrativo per toccare i più profondi dilemmi del genere umano, uno su tutti il rapporto con Dio e con la vita dopo la morte. Si toccano anche temi di attualità come il rapporto col proprio lavoro, l’infedeltà nella coppia, l’omosessualità e la transfobia. Lentamente, una gentilezza dopo l’altra, Tony torna ad essere un uomo (quasi) normale: coltiverà nuove amicizie, un potenziale nuovo amore, un bellissimo rapporto con i colleghi d’ufficio, disposti ad accettare e capire ogni sua stranezza in nome del puro affetto che nutrono nei suoi confronti.

La forza di Ricky Gervais è quella di far montare a cavallo della bellissima storia che ha messo in piedi tutta una sfilza di argomenti più o meno interessanti, senza far mancare il proprio tocco personale e la propria opinione, presente praticamente in ogni puntata della serie. Non è del tutto sbagliato dire che Tony sia effettivamente quanto di più vicino ci possa essere alla controparte reale di chi lo interpreta. Gervais mette in bocca al proprio personaggio la propria posizione nei confronti di Dio (fortemente ateo), il proprio rapporto con l’alcol (“non ho mai preso la patente perché bere e guidare allo stesso tempo sarebbe impossibile”), la passione e il rispetto per il mondo animale, il tutto senza mai far mancare stoccate e colpi di fioretto al limite della censura (su tutte, la battuta in cui definisce Gesù “uno stronzo”).

“After Life” è un viaggio piuttosto breve, che personalmente ho portato a termine nell’arco di una singola giornata. Trattasi di una cavalcata esilarante che strizza fortemente l’occhio alla riflessione, alla commozione e al sentimento. Un autentico capolavoro di scrittura realizzato, diretto e interpretato da una delle ultime menti geniali dello show business. La trama e lo sviluppo dei personaggi spadroneggiano su tutta la linea, senza lasciare spazio a nessun fronzolo (basti pensare che le sigle di apertura e chiusura sono praticamente inesistenti e sembrano realizzate con l’ultimo dei “Windows Movie Maker”).

In fondo, con Ricky Gervais i fronzoli e gli orpelli sono del tutto inutili. C’è tanta, troppa sostanza, che non merita assolutamente di essere coperta neppure da un velo sottilissimo di superfluo. Se la regia risulta essere piuttosto “normale” e perfettamente funzionale al mondo della serie TV, sceneggiatura e interpretazione sono i punti chiave di un prodotto che è arrivato velocemente in fretta alle classifiche e dritto nel cuore degli spettatori di tutto il mondo. Gervais parla una lingua semplice, la stessa che potremmo sentire tutti i giorni in coda al supermercato, dal benzinaio, dal panetterie, in un ascensore o al centro commerciale. Racconta una storia fantastica partendo da un dramma reale e comune a molte persone, raffinandolo e lavorandolo con grande classe e spiccante personalità. Sfonda il muro più spesso delle Serie TV e scala a mani nude la montagna più alta e difficoltosa del settore: creare da subito un forte legame di empatia tra spettatore e protagonista. Gli attestati di gradimento e stima nei confronti di questa sua opera sono tantissimi, ma il più tangibile resta uno soltanto: laddove Gervais era certo di aver chiuso il ciclo con l’ultima puntata della seconda stagione, le innumerevoli richieste da parte dei fans lo hanno convinto a scrivere un nuovo capitolo della storia, una terza stagione che aspetto con trepidazione, curioso di perdermi ancora nei meandri di una mente cinicamente geniale.

 

Giuseppe Cassone

 

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