Ha chiuso i conti con il suo passato Paolo Sorrentino realizzando il
suo ultimo film "E' stata la mano di Dio".
Una filmografia basata sul tema della morte diventa vita e
resurrezione per provare ad essere contenti.
Omaggio alla sua Napoli, quella vissuta negli anni Ottanta, dalla
prima dolcissima scena che la mostra vista mare allargando l'obiettivo su un
paesaggio che è magia per chiunque la incontra.
La realtà è scadente. Lo è spesso. Il cinema ne elimina i tempi
morti e certifica quelli significati. L'autore Sorrentino ne certifica le
appartenenze mettendosi in successione con Federico Fellini che appare in voce e
ne rappresenta gli stilemi esagerando nel grottesco (uno dei pochi limiti del
film) mettendo in mostra la mostruosa famiglia mostrata in grandangolo a Villa
Giusso Astapiana a vico Equense.
Nel film c'è San Gennaro, c'è Troisi, il monaciello, Pino Daniele,
non c'è mai pizza e mandolino. C'è "il noi di Napoli" attraverso la famiglia.
Voi che non siete di Napoli siete altro. Ma dove comincia e finisce Napoli?
Perché c'è Napoli anche a Cosenza e a Potenza.
Nel film c'è quello che accade nelle case degli altri e non sappiamo
mai nella sua verità.
C'è l'umorismo (nella prima parte si ride tanto, nella seconda si
soffre) e lo scherzo, ma soprattutto c'è Paolo che invece di sdraiarsi su un
lettino mostra Fabietto davanti alla macchina da presa.
Senza colonna sonora non ascoltiamo mai la playlist del walkman di
Fabietto per le strade di una Napoli, vera e autentica per come la conosciamo.
Sorrentino si allinea a Fellini, Bergman, Allen, dichiarando molla e
genesi del suo cinema e santificando tutto attraverso il suo incontro con
Capuano, un regista della nuova Napoli che è capace di distruggere in diretta
uno spettacolo di avanguardia e che indica la strada “a tieni na cosa e
dicere”.
Sorrentino ha finalmente esorcizzato la morte dei suoi genitori.
Fino al 2015 non ne aveva mai parlato. Ha finalmente messo a posto i suoi
disordini. Un orfano non è mai felice completamente. Una smorfia di dolore ha
segnato il mio viso dopo la morte di mia madre. Non riuscivo a piangere dopo
quella di mio padre. Ma toccavo la libertà che apparteneva ad un orfano
meridionale negli anni Ottanta. Quando tutti ti rivolgevano attenzione. Anche la
signora vittima di uno scherzo pesante. Non si può essere orfani a vita.
Il film esprime felicemente anche l'attesa della "prima volta" di un
adolescente. Un macigno enorme che ti assilla nelle sue mille sfaccettature e
che condizionerà per sempre la tua vita. Non c'è consiglio di padre che può
servire. Bisogna aspettarla. E una vecchia marchesa che si fa spazzolare è
comunque un inizio. Attorno alla prima volta aleggia il sogno erotico della
fantasia.
Sorrentino eleva un monumento sensuale illuminando Luisa Ranieri
(più bella di quando diceva in uno spot “fa caldo”) a diva del
cinema, sorella dei quadri di Gaugin e Klimt. L'occhio degli uomini non sfugge
alla bellezza erotica. Ed Eros, Paolo, questa volta, invece che accanto a
Thanatos, lo colloca accanto alla pazzia.
Di questo film amo il mito di Maradona, il gol come atto politico e
Diego sperduto nel traffico, la cultura di strada vissuta con un coetaneo
contrabbandiere che mi ricorda le mie stesse albe nelle piazze vuote, gli amici
finiti in carcere o morti e le risse selvagge agli angoli di strada. Nella
strada degli anni Ottanta le classi sociali si confondevano fino a sparire.
E' un nuovo Oro di Napoli questo film. La città deve farci i conti,
come le fidejussioni comunicate di notte perché Maradona è arrivato. Ha molto da
raccontare questo film di Paolo.
La mano di Dio ha toccato il nostro regista più bravo. Il tocco
Sorrentino è cambiato in meglio.
Di Paride Leporace

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