FILM

A ONE, A TWO, A YOU KNOW WHAT TO DO. UNA STORIA DA RACCONTARE: “MA RAINEY’S BLACK BOTTOM”

Se c’è una cosa che è sempre piaciuta a noialtri, noi che fumiamo più per la forma che per il sapore, sono i filtri caldi e sudati dell’America in piena depressione, in quegli anni ’20 e ’30 dove la biografia dei personaggi si mischia con la magia del mito attraverso il crepitare delle prime, rudimentali, incisioni su nastro.

Un donnone nero, brillante nel sudore turgido della luce afosa di Chicago: un’esplosione di giunonica sensualità rappresentata da un personaggio così ricco d’amore, di durezza e di risentimento che riesce ad illuminarsi di purezza e dolcezza solo quando descrive il suo amore per il blues.
Questo film del 2020 diretto da George C. Wolfe mischia la vita di Ma Rainey, una delle prime, se non la prima donna a fare del blues la sua professione, Maestra già per Bessie Smith, Ma Rainey nei Roaring Twenties già si guadagna la definizione di “Madre del Blues”. Ed è esattamente questo che Viola Davis porta sullo schermo: quel donnone nero, brillante di sudore, stanco e pieno d’amore per i suoi figli.

L’obbiettivo però, va presto in un momento preciso, in una storia sola: non ci servono tanti retroscena sulla figura di Ma Rainey, anche chi come me non ne aveva mai sentito parlare, la studierà dopo. La voce è tutto, la canzone è ciò che si vuole raccontare in questo film.

La session è quella per registrare l’omonima canzone che dà il titolo al film: la versione di “Black Bottom” di Ma Rainey.
I musicisti che accompagnano Ma – tra cui, nel centrale ruolo di Levee, il recentemente scomparso Chadwick Boseman – si ritrovano nella stessa afa, in scantinati diversi, per rilassarsi e provare prima di incidere, per i signori bianchi, qualche buona canzone di musica nera.

Un pretesto per agganciare il tema della segregazione razziale americana, che, intercorrendo intutto il film, diventa il punto d’arrivo per ogni discorso che si sviluppa nelle scene – praticamente tutte al chiuso, nel losco e luridostanzino adibito a camerino per la band – in cui i musicisti si ritrovano a confrontarsi nel clima teso della sessione di registrazione. Scene e monologhi durissimi, la stessa classe sociale che arriva a scagliarsi l’una contro l’altra nella disperazione di un futuro impossibile, negato, inscindibile dal proprio colore della pelle.

La similitudine la farei con il mio adorato “Cadillac Records”, film del 2008 con Adrien Brody in cui il punto sulla segregazione razziale viene trattato in maniera meno prolissa e diretta, ma certamente non in maniera meno fine del discorso sul tema sviscerato in Ma Rainey’s Black Bottom: a cambiare è semplicemente quello che definirei come “il taglio” della cinepresa sulla storia; a vederla bene, in “Cadillac Records” abbiamo un arco temporale più lungo, collocato in un contesto – quello degli anni ‘50 e ‘60 stavolta – che viene sviluppato attraversato le molteplici storie dei personaggi, che convergono intorno allo studio di registrazione di Leonard Chess. Qui, invece, si tratta di una storia sola, di più musicisti, in un preciso momento, in un preciso futuro aneddoto musicale.

Forse certa critica ben più specializzata potrebbe vederlo come un film sorretto da una voluntas forzata di ripetere cose che ormai il movimento Black LivesMatters ha scoperchiato, ancora ed ancora, negli ultimi anni. Ma solo un pazzo negherebbe un’interpretazione che ci sbatte dritta in faccia come un treno merci. Un’interpretazioneche, volenti o nolenti, nella mente di un afroamericano – in questo 1927 – fa emergere la questione razziale come questione vitale, nella vita e nella pratica: nel pisciare, nel bere, nel suonare. In tutto.
Una graffiante presa di coscienza rivestita da parlantine reali, slang che sembrano assoli jazz – vederlo in originale, è d’obbligo, mi dispiace – e sudore e fumo, e fumo e sudore che attraversano immancabilmente i raggi di luce che segnano un film dalle ombre piene, dall’alternanza tra il grigiore ed i pomposi colori pastello che oggi troveremmo pacchiani, retrò e fuori luogo, ma che, nell’afa che circonda il microfono di Ma Rainey in quel caldo 1927, sono più vivi che mai.
Lo stesso Levee, personaggio propulsivo del film, si ritrova, per quanto si sforzi, circondato da questa scatola di mattoni aperta verso il cielo che è stato (ed è) il razzismo americano. La metafora, se riuscite a coglierla, saprà farvi porre delle domande.

Questo film, lo si coglie subito, ha il piglio d’una farsa, d’una esibizione teatrale. A ben vedere, si tratta proprio di un adattamento – sceneggiato da Ruben Santiago-Hudson – dell’omonima opera teatrale del 1984 di August Wilson. La si percepisce spesso, la teatralità, in questa tragedia del negro contro l’altro negro, entrambi disgraziate vittime connesse nel nulla, nella pelle, nel sangue e nei jug joint, nel tabacco e nel whiskey. Nelle lacrime, nel sudore, nell’afa e nel piscio del Blues.

 

Saverio Marasco

 

 

Comment here