FILM

The Commitments (1991): ci dev’essere davanti l’articolo, i migliori gruppi avevano l’articolo

“Fuga di mezzanotte” (1978) ha alimentato la mia ansia per i film carcerari, “Birdy” (1984) e “Angel Heart” (1987) potrebbero uscire identici oggi e smuoverebbero ancora coscienze, così come “Mississippi Burning”, attuale oggi più che mai. Alan Parker è stato un regista fin troppo sottovalutato, nominato anche agli Oscar e ricordato per i suoi film drammatici, ma è con la musica che ha saputo ritagliarsi uno spazio nel cuore di tanti di noi, infatti vorrei ricordarlo in musica, una sorta di funerale se vogliamo, però all’Irlandese.

 

Nel 1982, Alan Parker ha gettato legna secca, tra le fiamme del mio amore per i Pink Floyd con il bellissimo “The Wall”, per altro ispirato all’album del gruppo che mi smuove più roba nelle budella in assoluto. Il suo “Saranno famosi” (1980) è stato uno di quei titoli di culto, capace di diventare un’espressione nella parlata comune, ma se devo scegliere un titolo per ricordare Parker non ho dubbi, “The Commitments” ha dato fuoco alla mia passione per tutto quello che è Irlandese.

 

Alan Parker ha sempre dichiarato che le sue condizioni di lavoro ideali su un set, erano quando aveva a che fare con la musica circondato da un cast di giovani attori, lui che al cinema ci era arrivato un po’ per caso, dopo una lunga gavetta nel mondo della pubblicità. Proprio lui come Jimmy Rabbitte, era l’uomo giusto per portare i Commitments al cinema.

 

Si perché tutto è cominciato con lo scrittore Roddy Doyle, Dublinese purosangue, e il suo romanzo d’esordio “I Commitments” (1987), primo capitolo della quadrilogia di Barrytown, cittadina immaginaria della provincia Irlandese dove sono ambientati anche “The Snapper” (1990), “Due sulla strada” (1991) e “La musica è cambiata” (2013), due dei quali diventati anche delle pellicole per il cinema, ma senza diventare dei veri è proprio film di culto come il film di Alan Parker.

 

Roddy Doyle con il suo stile ironico ha saputo raccontare alla perfezione un popolo che vive di birra e musica, e proprio attraverso questa (la musica non la birra, anche se…) sa raccontare la gioia di vivere oppure gli abissi della malinconia, infatti il romanzo originale è strapieno di dialoghi, perché gli Irlandesi chiacchierano, chiacchierano un casino, infatti proprio tutti questi incredibili dialoghi – che scorrono come musica -, sono quelli che hanno attirato l’attenzione di Alan Parker, che è riuscito a portarsi a casa degli elogi dallo scrittore, anche dopo aver cambiato il finale della sua storia, che nella versione cinematografica si conclude senza la nota speranzosa del romanzo (storia vera).

 

Il colpo di genio di Alan Parker è stato un rischio calcolato che ha pagato enormi dividendi: scegliere per il cast degli illustri sconosciuti, giovani musicisti di talento che potessero risultare credibili durante i numerosi numeri musicali che compongono il film. Questo ha permesso di avere nel film l’esilarante scena dei veri provini, perché quelli che si presentano a casa di Jimmy per rispondere alla sua inserzione sul giornale, sono alcuni dei tantissimi musicisti non professionisti di Dublino che hanno risposto alla chiamata (storia vera). Basta dire che il ragazzino sullo skate board, quello che Jimmy prova a far cantare dalla finestra del suo bagno è Peter Rowen, il bambino che è comparso su tre copertine di altrettanti album degli U2, “Three” (1979), “Boy” (1980) e “The Best of 1980-1990” (1998), questo giusto per dirvi di quanta musica ci sia dentro questo film.

 

Avere dei bravi musicisti pronti ad improvvisarsi attori è stata una scelta azzeccatissima, perché ha contribuito alla spontaneità e all’energia di un film che ormai prossimo ai suoi primi trent’anni di anzianità, non ha perso un grammo della sua freschezza, forse anche perché permette al pubblico di approcciarsi al northern Soul con lo stesso spirito curioso dei protagonisti del film, ad Ovest di The Blues Brothers, nessun altro film ha reso omaggio alla musica Soul in maniera più onesta di come ha fatto Alan Parker.

 

Ci siete mai stati in Irlanda? Mi auguro per voi di sì, è il classico luogo dove uno può lasciarci il cuore, ci sono stato quattro volte e tornerei adesso se non avessi questo post da scrivere. Dublino in particolare è un adorabile casino strapieno di musica, non puoi girare per le strade di quella città senza sentire musica da un pub, da una finestra oppure da qualcuno che si esibisce per strada. Alan Parker con “The Commitments” ha colto in pieno lo spirto di una città e di un popolo caldo, proletario, casinista nel senso migliore di questo termine, infatti la frase simbolo di questo film è diventata tale perché è semplicemente perfetta, per convincere i membri della neonata band che il genere giusto per loro è il Soul, anche se loro si sentono un po’ troppo bianchi per questa musica, il manager riassume la “gente di Dublino” (per dirla alla James Joyce) alla perfezione: «Gli Irlandesi sono i più negri d’Europa, i Dublinesi sono i più negri di Irlanda e noi di periferia siamo i più negri di Dublino, quindi ripetete con me ad alta voce: “Sono un negro e me ne vanto!”».

 

Sono un appassionato di musica, ma non so suonare niente di più complicato del campanello di casa mia (quando dimentico le chiavi), mi ha sempre affascinato l’idea di un gruppo musicale, perché per suonare in una band, non solo devi trovare persone che condividano la tua stessa passione, ma devono essere anche abbastanza vicini per poter organizzare delle sessioni di prova frequenti e soprattutto, ci deve essere una certa chimica di gruppo per suonare insieme. Insomma, un allineamento di pianeti non semplicissimo da ottenere, che nel film di Alan Parker ci viene raccontato alla perfezione non solo grazie ai coloriti personaggi e alle loro disavventure, ma anche grazie al casting.

 

Realtà e finzione si mescolano, i Commitments che nel 2011 si sono riuniti insieme per festeggiare i vent’anni del film con quattro serate (andate tutte esaurite) a Dublino, al pari della Blues Brothers Band sono un vero gruppo nato nell’immaginario di una pellicola, un gruppo assemblato anche grazie al giusto allineamento di pianeti, che credo dalle parti di Dublino chiamerebbero: colpo di culo.

 

L’incredibile voce di Andrew Strong, che nel film interpreta l’arrogante (e sbronzo) Deco, non si era nemmeno presentato per il provino, era il figlio dell’insegnante di canto presente durante le selezioni e ha attirato l’attenzione di Alan Parker, per via della sua incredibile somiglianza con il Deco del romanzo originale, quando poi lo hanno convinto a cantare qualcosa davanti ad un microfono, beh possiamo solo immaginare le reazioni di giubilo davanti ad una voce del genere.

 

Strong, come molti componenti della band assemblata per il film, ha tentato la via di una carriera solista, arrivando a pubblicare quattro dischi. L’unica nel cast ad avere già una carriera affermata di cantante prima di prendere parte alla pellicola, era Maria Doyle Kennedy, che qui interpreta una delle coriste Natalie, ma quelli che hanno fatto più strada nel mondo della musica sono due personaggi per certi versi minori.

 

La sorellina di Jimmy, che si intravede per alcuni minuti, quando il signor Rabbitte (ColmMeaney, il Capo O’Brien di “Star Trek – the next generation”) si esibisce nel suo numero da Elvis-maniaco, è interpretata da Andrea Corr, se siete della mia leva non potete non ricordare che per un certo periodo le canzoni dei Corrs si sentivano davvero ovunque, persino Zull il demone che vive nel mio frigorifero cantava Breathless ogni volta che aprivo lo sportello.

 

Il chitarrista della band invece è interpretato da Glen Hansard, uno che ho avuto modo di godermi dal vivo due volte, perché è amico di Eddie Vedder e apre spesso i suoi concerti. Oltre ad essere quello con la carriera più consolidata è anche l’unico ad essersi portato a casa un Oscar per la miglior canzone nel 2008, con “FallingSlowly”, tratta da un altro classico musicale Irlandese come “Once”, il film per cui la mia Wing-woman ancora mi sfotte ricordandomi che sono stato io a trascinarla al cinema per vederlo, spinto dalla mia ossessione per tutto quello che è Irlandese, ma questa è un’altra storia (vera).

 

L’unico strappo alla regola che lo stesso Alan Parker si era auto imposto, è rappresentato dall’attore teatrale Johnny Murphy, che prima di interpretare il ruolo del trombettista Joey “Lips” Fagan, non aveva nessuna esperienza musicale. Per il ruolo del veterano che pare abbia suonato con tutti i migliori (anche quelli già defunti da tempo), Parker avrebbe voluto addirittura una leggenda vivente come Van Morrison, ma dovette accontentarsi di Murphy, un gran bell’accontentarsi aggiungo io, visto che il suo “Labbra” rappresenta il Soul – in tutte le declinazioni di questa parola – del gruppo, un uomo in missione per conto di Dio come Jake ed Elwood, con un certo ascendente sulle coriste del gruppo, tra cui spicca Bronagh Gallagher, una che partendo da questo film si è costruita una lunga carriera come attrice. Tarantino l’ha voluta in “Pulp Fiction” (1994) dopo averla ammirata in questo film (storia vera), ma sono certo che avete visto il suo caratteristico viso in molti altri film, di fatto Bronagh Gallagher era Maisie Williams, prima che Maisie Williams venisse inventata.

 

Ma parlare di “The Commitments” vuol dire parlare di musica, il Soul di questo film viene presentato come la musica del popolo, quella che parla della strada, che ha il ritmo della fabbrica e del sesso, che parla di scopate, fatica, tette e cosce, e anche se lo spettatore è completamente a secco di questo genere, guardando il film non può fare altro che imparare a conoscerlo con lo stesso approccio ingenuo e genuino dei protagonisti, facendosi travolgere dalla potenza di una musica che non è masturbazione come il Jazz (come viene definito nel film), perché alla fine è meglio essere un musicista disoccupato che un idraulico disoccupato.

 

Per essere musica che parla di fabbrica e sesso, nel film troviamo più la seconda parte piuttosto che le prese di posizioni politiche della prima, ma proprio le dinamiche interne al gruppo dei vari personaggi, fanno capire alla perfezione quando possa essere difficile trovare la giusta chimica come band e ancora di più mantenerla a lungo, o almeno quel tanto che basta per sfondare, il tutto raccontato attraverso svariati momenti sinceramente divertenti, da cui devo trattenermi con la forza dal non descrivervi tutti, perché sono tantissimi e uno meglio dell’altro.

 

Alan Parker grazie a quei dialoghi incredibili riesce a raccontarci una banda allo sbando che però quando suona, lo fa davvero alla grande, tra i pezzi che il gruppo esegue, potete solo mettervi comodi e scegliere il vostro preferito: “Mustang Sally” vi si pianterà in testa per ore, la malinconica e bellissima “The Dark End of the Streets” ti fa venire voglia di avere la voce di Andrew Strong, ma ci sono anche “Hard To Handle”, “Show Me”, “DestinationAnywhere” e “Try A Little Tenderness” anche se la mia preferita in assoluto resta In the Midnight Hour, suonata alla grande in attesa della arrivo di una celebrità («Chi viene? Gorbaciov? Batman? Il Papa?», «Di più, Wilson Pickett»).

 

La scelta di Alan Parker di modificare il finale del romanzo di Roddy Doyle è netta, può sembrare una conclusione pessimista, ma per certi versi esalta il valore della musica, quella capace di ispirare le persone e spingerle a tirare fuori il proprio meglio, che poi è proprio quello che ha fatto Parker con questo incredibile film, con il suo cast e per certi versi con noi spettatori, in una filmografia incredibile, siamo stati in tanti a pensare subito a questo film il giorno della notizia della scomparsa del regista.

 

Forse però i Commitments erano destinati a fare la storia della musica per davvero, nel 2013 Roddy Doyle ha scritto il musical ispirato a questo film, rimasto in cartellone in Inghilterra e in Irlanda fino al 2016. La capacità di rendere sul grande schermo, la forza della musica Soul e la genuina gioia di vivere di un popolo come gli Irlandesi, non è passata inosservata, con una buona sceneggiatura, dei bravissimi musicisti, questa grande musica e un direttore d’orchestra come Alan Parker, non si può certo sbagliare o passare inosservati.

 

Quindi se non avete mai visto (e sentito) questo film, gustatevelo in lingua originale sbattendo il naso contro l’impossibile e bellissimo accento Irlandese dei personaggi, tanto ci penserà la regia di Parker e la musica esplosiva della colonna sonora ad infiammarvi l’anima, perché alla fine tutto questo mio lungo giro di parole serve fondamentalmente a dirvi, che la morale di tutto questo è… We skip the light fandango.

 

 

Autore: Cassidy

 

 

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