FILM

TheCommitments – Il soul dublinese secondo Alan Parker

Il soul ha il ritmo del sesso e anche il ritmo della fabbrica, ha il ritmo dell’operaio, del sesso e della fabbrica. Il soul è musica che il popolo capisce. Certo, è musica semplice ma ha qualcos’altro, qualcosa di speciale, è onesta, ecco, è sincera. Non è musica stronza, ha il coraggio di dire che viene tutto dal cuore.

(Dal film The Commitments)

 

Parlare di Alan Parker per me vuol dire schiacciare il tasto play sulla memoria dei ricordi più belli, quelli più profondi e personali. Quelli che appartengono alla fase pre-puberale. La prima volta che vidiMississippi BurningoMidnight Express,quando su Italia Uno diedero Angel Heartoppure la prima volta di Pink Floyd The Wall, prestato da un amico più grande di me e registrato da un raro passaggio in Rai. Una visione estiva e notturna diBugsy Malone, piccolo cult gangster movie, interpretato da ragazzini, fino ad arrivare a uno di quei film che si possono definire fondamentali a livello personale, come appunto questo The Commitments. Conoscevo Otis Redding e sapevo dell’esistenza di altre colonne portanti del firmamento soul anni sessanta, ma vedere questi ragazzi, brutti sporchi, innocenti e selvaggi, fu qualcosa di diverso. Aprì una di quelle proverbiali porte, sfondandole con un calcio assestato da un anfibio, in preda al Northern Soul. Più avanti conobbi meglio le dinamiche sociali su cui si fonda l’immaginario pop di un autore di culto come Roddy Doyle. In quel momento però era presto per capire, ma era il tempo giusto per lasciarsi tramortire dalla poetica di un regista, già maturo ed esperto come Alan Parker. Probabilmente non ha avuto il successo che meritava Alan Parker,simile da questo punto di vista a Joel Schumacher, l’altra grave perdita, per noi cinefili, di un anno deprimente come questo 2020.

La prima volta che vidi The Commitmentsfu in videocassetta, dato che già a 13-14 anni ero un discreto fruitore di film, con tanto di tessera al negozio di videonoleggio di Cosenza. Mi piacque praticamente subito. Ricordo di aver copiato illegalmente la videocassetta e di averla vista no-stop per settimane. Era un periodo in cui non era facile procurarsi la colonna sonora, per cui aspettai molto tempo, prima di averne una copia. Il film però lo avevo praticamente mandato a memoria. Conoscendo già altri film di Alan Parker, trovai strana la scelta di non usare attori famosi, ma di puntare su un gruppetto di giovani di talento. A distanza di anni sono diventato un discreto estimatore di Glen Hansard, che nel film interpreta il ruolo del chitarrista della band, Outspan Foster. Ho anche letto un paio di volte il libro omonimo da cui Dick Clement, Ian La Frenais e Roddy Doyle trassero soggetto e sceneggiatura. Sarà una mia convinzione poco condivisa, ma per me anche il talentuoso Nick Hornby, autore cult di Alta fedeltà e About a boy, deve più di qualcosa a Roddy Doyle e al successo del film di Alan Parker. Non a caso in Italia la casa editrice che pubblicò i romanzi di Hornby era la stessa di The Commitments (libro).

Dopo questo film, Roddy Doyle farà il salto di qualità per merito di Stephen Frears che porterà con successo sullo schermo anche il sequel di The Commitments, The Snapper, nel 1993.

Davvero difficile dire qualcosa sulle vicende di Jimmy Rabbitte e sulla sua folle idea di fondare una soul band a Dublino. Un film sboccato, sovversivo e pericoloso, ma cosa più importante, una pellicola che trasuda energia, sentimento e anima. Uno dei biglietti da visita migliori per aprire a un decennio fertile, vitale e coraggioso, come quello del cinema anni novanta. Meno celebrato e meno facile da etichettare, rispetto a quello che lo ha preceduto, ma di certo non inferiore come prestigio e valore di carattere storico culturale. Alan Parker, dopo questa piccola scommessa, vinta a mani basse, alternerà film di successo commerciale come Evita, a progetti più intimi come Le ceneri di Angela del 1999. La sua ultima pellicola è invece The Life of David Gale, con un impeccabile Kevin Spacey, prodotto dallo stesso Alan Parker in compagnia di Nicholas Cage. Certamente il decennio d’oro per questo talentuoso regista inglese resta quello degli ottanta, ma è necessario ribadire come non sia facile scegliere un solo titolo, in una filmografia così eterogenea e poliedrica. Soltanto il cuore e l’anima, ci impongono di dire che The Commitments è probabilmente il film con cui ricordarlo, una scommessa vinta su un soggetto che poteva anche rivelarsi di difficile comprensione e immedesimazione, visto che i tempi di Saranno famosi erano ormai piuttosto lontani. Per fortuna il finale privo di happy end hollywoodiano ha reso le vicende di Jimmy, Joey, Deco Cuffe e gli altri, poetiche e mai banali.

“Che tipo di musica dovremmo fare, Jimmy?” “Siete lavoratori, giusto?” “Beh, se ci fosse il lavoro.” “Allora, la vostra musica deve ricordare l’ambiente, le famiglie da cui venite. Deve parlare il linguaggio di strada, deve parlare di fatica e di sesso. Niente canzoncine smielate del tipo tienimi stretta a te tutta la notte. Capito? Deve parlare di corpi, pomiciate, cosce, lingue, scopate, tette.” “Magari… e che musica è questa?” “Il soul.”

The Commitments è un film che è invecchiato tutto sommato bene, ed è uno dei testamenti che provano il talento sconfinato di un regista capace quale Alan Parker è stato. Da rivalutare e da collocare come uno dei pilastri del suo tempo, ennesimo esempio di come si possa fare il salto di qualità, passando dall’ambiente pubblicitario alla più nobile settima arte. Per poi tornare nelle retrovie della vera arte, la pittura, che Alan Parker ha coltivato con passione durante gli ultimi anni di una vita serena e ricca di soddisfazioni. Perché come dice Dean Fay, il sassofonista dei Commitments: – E’ meglio essere un musicista disoccupato che un idraulico disoccupato.

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