FILM

Maniac (1980) vs. Maniac (2012): più malati di mente che in un manicomio

Un classico che compie quarant’anni contro un esempio positivo di remake, una lotta tra pazzi furiosi quella di oggi, che vedrà scontrarsi “Maniac” (1980) di William Lustig e il suo rifacimento del 2012, diretto da Franck Khalfoun.

 

Maniac (1980)

Non si parla mai abbastanza di William Lustig, autore con la passione per i gialli e gli horror Italiani – infatti per “Maniac” cercò di coinvolgere anche Dario Argento e i Goblin. Storia vera -, che ha saputo dare nuova linfa al genere Slasher. Probabilmente lo ricorderete per la sua serie di film dedicata al poliziotto maniaco di “Maniac Cop”, oppure se siete tra i più viziosetti, per i due film porno diretti, suo vero esordio come regista, prima di cambiare totalmente genere nel 1980, firmando un classico come “Maniac”.

Un film che è stato girato con due spiccioli e ancora meno permessi, quasi al limite del “Guerrilla Style”, durante una manciata di notti newyorkesi, prima che la Grande Mela ricevesse la cura del sindaco sceriffo Giuliani, quindi con il rischio di finire arrestati, nel migliore dei casi.

La sceneggiatura del film è stata scritta da Joe Spinell, che oltre a produrre il film, ha anche prestato i suoi occhi a palla e il viso butterato al protagonista Frank, rendendolo ancora più spaventoso. Per certi versi “Maniac”, prendendo alcuni spunti da un altro classico come “Psycho” (1960), ha fatto da padrino alla saga di “Venerdì 13” (il cui primo film uscì nello stesso anno), traghettando il genere Slasher in luoghi ancora più oscuri, e anticipando la moda delle storie con serial killer come protagonisti, che negli anni ’90 sarebbero diventate il pane quotidiano, grazie ai romanzi (e i relativi adattamenti cinematografici) di Thomas Harris.

William Lusting ha un’intuizione semplice ma geniale: se John Carpenter aveva incollato tutto il mondo al grande schermo, mostrandoci il punto di vista del piccolo Michael Myers nella prima leggendaria scena del suo “Halloween” (1978), perché non fare un intero film dal punto di vista dell’assassino. Infatti la scena iniziale di “Maniac” è un omaggio di Lusting a “Lo Squalo” (1975) di Spielberg: la coppietta viene uccisa da un assassino invisibile proprio come Bruce, che li lascia immersi in un mare di sangue finto, di quel bel rosso vivo e posticcio come si vedeva negli horror degli anni ’70, che mi piace sempre così tanto vedere… se inizio a sembrare troppo sinistro in certe affermazioni ditemelo, ok?

Joe Spinell è nato e cresciuto a New York, grande amico di Sylvester Stallone, tanto da essere stato padrino dello sfortunato Sage Stallone, e da comparire anche in un piccolo ruolo ne “I falchi della notte”. La sua volontà di prestare il suo caratteristico volto a Frank, denota un sacrificio supremo fatto in nome dell’arte, anche perché non so quante donne avranno avuto voglia di uscire con lui, dopo averlo visto protagonista di un film del genere!

“Maniac” ci porta nella vita di Frank, un sociopatico ossessionato dalla madre defunta, che lo tormenta con vocine che esistono solo nella sua testa, facendogli spesso (oniriche) visite da incubo. L’ossessione materna ha reso Frank un misogino che dà la caccia alle donne per ucciderle e far loro lo scalpo per il suo altarino, un tentativo di trasformarle in manichini con parrucche di veri capelli, trasformandole in figure femminile posticce, un tentativo estremo e inutile di sopperire all’assenza dell’ingombrante figura materna. Proprio vero che come ti incasinano i genitori, non può farlo nessuno.

Un esempio di quanto “Maniac” riesce a risultare sinistro? Avete presente tutte quelle persone che hanno sollevato un sopracciglio quando BongJoon-ho in “Parasite” (2019), ha pensato di utilizzare un pezzo di Gianni Morandi? Bene, vi assicuro che dopo il film di William Lustig, non potrete mai più ascoltare “Non gettarmi la sabbia negli occhi” di Gino Bramieri, con la stessa leggerezza di prima!

“Maniac” è un film malsano, ti fa sentire sporco e con la voglia di correre a farti una doccia dopo i titoli di coda, perché per 83 minuti prende lo spettatore per il bavero e lo costringe a guardare la vita, dal punto di vista di un assassino di donne, portandoti di peso nel suo mondo, sudicio, lurido e sporco, fatto di decadenti motel ad ore dove strangolare prostitute oppure di coppiette appartate, da uccidere a colpi di fucile con un “modus operandi”, che ricorda volutamente quello del serial killer noto come figlio di Sam.

Proprio nella scena della coppietta in automobile, compare uno dei padrini dell’Horror, il leggendario Tom Savini, che oltre a recitare si è occupato di costruire l’effetto speciale della testa che esplode dopo un colpo a pallettoni. Una scena da realizzare al primo ciak, perché i soldi a disposizione non permettevano certo più di un cranio finto – realizzato sul calco della capoccia dello stesso Savini -, il tutto con l’angoscia che la polizia potesse scoprirli a girare senza permesso. Avete presente spiegare a dei poliziotti come mai un gruppo di loschi individui si aggira di notte, con una testa ripiena di sangue finto e un fucile caricato a salve? Tom Savini scherzando ha dichiarato che probabilmente, dopo la ripresa clandestina, l’auto usata per la scena è stata affondata nel fiume Hudson.

“Maniac” è pieno di scene violente e angoscianti, come l’inseguimento della bionda nella stazione della metropolitana (perché ogni grande film dovrebbe avere una scena in metro!), vorrei scrivervi che si tratta di una lunga sequenza in cui la tensione si taglia con il coltello, ma non sarebbe rispettoso nei confronti della povera vittima.

Lusting ci porta tutti nella vita del suo protagonista, senza giocarsi la carta facile dell’empatia nei suoi confronti, ottiene il massimo da un Joe Spinell che instaura un malato rapporto stile “La bella e la bestia” con la meravigliosa Caroline Munro, la donna che per un attimo, potrebbe rappresentare un’illusione di normalità per Frank. Ma “Maniac” non ha pietà per nessuno, per le vittime di Frank, per il suo protagonista e nemmeno per noi spettatori, trascinati nel gorgo della follia, vediamo tutta la storia dal suo punto di vista, un’esperienza infernale oggi come quarant’anni fa.

Infatti “Maniac” con il suo spingersi così oltre, venne accusato di misoginia, scatenando l’ira funesta di una grossa fetta di pubblico, nemmeno il finale per certi versi catartico, è servito a stemperare le polemiche, anche se riesce ad essere un modo davvero brillante per concludere la trama. Dopo 80 minuti passati nella sudicia vita di Frank, ormai come spettatori possiamo capire – ma non approvare – il punto di vista del protagonista così tanto, che anche quell’ultimo delirio finale, sembra quasi perfettamente logico, almeno dal punto di vista di una mente malata come quella di Frank.

“Maniac” resta un film di rottura, non solo perché sa essere così incredibilmente malsano, ma soprattutto perché è una finestra aperta sulla follia. Una pellicola invecchiata, perché la città di New York nel frattempo è cambiata, ma comunque capace di risultare ancora efficace anche a quarant’anni dalla sua uscita. Pensare di farne un remake sarebbe stato piuttosto da pazzi, anche perché negli anni il film di Lusting si è creato il suo bel gruppo di appassionati, eppure nel 2012, qualcuno ha avuto l’ardire di provarci.

Ma prima di passare al rifacimento, io lo so che mentre mi leggevate, con tutto il mio ossessivo ripete il titolo “Maniac”, stavate pensando a Jennifer Beals in scaldamuscoli intenta a ballare come una posseduta. Non ci siete andati tanto lontani, perché proprio ispirandosi al film di William Lustig, il cantante Michael Sembello, scrisse una canzone intitolata appunto “Maniac”, che malgrado passaggi del testo abbastanza forti, venne inviata (per errore) insieme al resto del materiale che Don (Simpson) & Jerry (Bruckheimer) gli avevano chiesto come colonna sonora per un film in produzione. Don Simpson, per selezionare le canzoni per i suoi film, ascoltava sempre e solo i primi dieci secondi (storia vera). Ed ecco come “Maniac”, divenne la canzone simbolo della colonna sonora di “Flashdance” (1983). Chissà cosa avrebbe pensato il vecchio Frank di una come Jennifer Beals… ma forse è meglio non saperlo!

Maniac (2012)

Franck Khalfoun in carriera ha diretto il non proprio esaltante “-2 Livello del terrore” (2007) e uno dei “Wrong Turn”, non ricordo nemmeno quale, tanto sono tutti fin troppo simili. Non proprio un nome che ti fa dormire tra due guanciali, se sai che il suo compito nel 2012, era quello di rifare un classico come “Maniac”. Un film che anche solo per livello di violenza mostrata, sembrava irripetibile nel nuovo millennio.

Se poi la nuova versione del 2012, poteva vantare anche la sceneggiatura e la produzione di uno come Alexandre Aja, il cui rendimento è spesso stato ondivago, potete capire l’ondata di mal di testa generata dall’annuncio di questo remake. Anche se la tegola definitiva è stata il nome dell’attore scelto per il ruolo di Frank… Elijah Wood.

Ma come Elijah Wood? Frodo della Contea!? Con quegli occhioni blu e la faccia da eterno ragazzino, dovrebbe essere il nuovo Joe Spinell? “Maniac” è uscito nel 2012 con tutti i mirini laser puntati addosso, ma le sicure alle armi sono state definitivamente tolte quando dal primo trailer, è diventato chiaro che il film sarebbe stato tutto in soggettiva dal punto di vista del protagonista. In un periodo in cui la tecnica del “Found Footage” aveva già bello che rotto le balle, ci aspettava un film tutto diretto come il video dei Prodigy di “Smack my bitch up”.

Eppure tutti questi elementi insieme, si sono rivelati azzeccati, perché  Elijah Wood aveva già interpretato il serial killer brevemente in “Sin City” (2005), ma è da sempre stato un grande appassionato di film horror, tanto da essere tra i fondatori della Spectre Vision. Per la parte di Frank ha davvero fatto un gran lavoro, potendo contare poco sui primi piani per via dello stile scelto per la regia del film, Elia Legna qui ha fatto davvero un gran lavoro sulla voce. Inoltre perché uno con la faccetta da bravo ragazzo come lui, non potrebbe essere un violento assassino di donne? Ricordate le parole di Mercoledì Addams, quando vestita come ogni altro giorno per la festa di Halloween e dichiarava: «Sono travestita da serial killer, non si distinguono dagli altri».

Se Lusting omaggiava “Lo Squalo” di Spielberg, Franck Khalfoun decide di premere l’acceleratore sul concetto di “un film tutto dal punto di vista dell’assassino” della pellicola del 1980, omaggiando a sua volta la tecnica di regia usata in “Una donna nel lago” (1947), in cui il volto del detective Philip Marlowe (Robert Montgomery), si vedeva di sfuggita solo in qualche riflesso nello specchio, una trama interamente in soggettiva, come “Doom” (2005), ma molto più riuscito, ve lo assicuro.

Le citazioni poi in “Maniac” (2012) non mancano, una delle prime ragazze con cui il nuovo Frank esce per un appuntamento al buio, si stupisce di trovarsi davanti gli occhioni blu di Wood, convinta che invece sarebbe arrivato un ciccione con i capelli unti e la faccia butterata, di fatto la descrizione di Joe Spinell, il vecchio Frank. Ma gli omaggi al film originale non mancano, basta dire che in una scena molto concitata, Elijah Wood con coltello e scalpo in mano, ricrea alla perfezione la posa sulla mitica locandina del film originale del 1980, in una trovata che invece di scatenare il lancio di pop-corn e una serie di parole che non trovate scritte nella Bibbia, funziona perché è un sentito omaggio che rientra perfettamente nell’ottima di questo rifacimento.

Il cerchio con il filone dei serial killer degli anni ’90 poi, si chiude quando una delle ragazze inizia a ballare sulle note di “Good-bye Horses”, il pezzo che sarà per sempre ricordato come quello del balletto di Bufalo Bill in “Il silenzio degli innocenti” (1991).

Anche la nuova versione di “Maniac”, riesce alla perfezione nel suo intento di portarti nella vita di un assassino di donne, ossessionato dalla madre e dai Manichini, che colleziona compulsivamente scalpi femminili, perché i capelli sono l’unica parte del corpo che secondo Frank, continua a crescere anche dopo la morte del resto del corpo.

Il film di Khalfoun riesce anche negli intenti più complicati, ad esempio ha il dovere di rifare la scena della metropolitana,perché è un marchio di fabbrica del film originale, ma poi trova la sua strada aggiungendo molte più, anche in termini di ritmo. In 88 minuti il nuovo “Maniac” si gioca omicidi in soggettiva che ti costringono a guardare (come quello sulle note dell’Ave Maria di Schubert), ma anche la reazione di alcune delle vittime di Frank, in un utilizzo del punto di vista soggettivo che non diventa mai, solo un modo per far sfoggio di talento per il regista, ma è davvero al servizio della storia.

Inoltre il nuovo “Maniac” è violento, ma violento forte, per gli standard dei film contemporanei che hanno spesso le punte arrotondate, questo film morde, colpisce duro e in un paio di passaggi ti pensare «Ammappa!». Tipica espressione dell’appassionato di Horror, con ore di visioni truculente sul groppone, davanti ad una scena in grado di colpire nel segno.

Anche il finale onirico che conclude la storia del secondo Frank cinematografico, funziona alla perfezione. Se il film del 1980 si concludeva con un bagno di sangue azzeccatissimo ma realizzato con effetti speciali – per ovvie ragioni – ormai datati, il film del 2012 ricorre ad effetti speciali volutamente artigianali, per accentuare il punto di vista, ormai completamente fuori dal mondo di Frank. Un modo creativo e simbolico di mettersi al servizio della storia, per uno di quei titoli che non viene citato spesso, ma resta uno dei pochi casi di remake contemporaneo di un classico, capace di centrare in pieno l’obbiettivo.

Quindi questo duello tra maniaci, termina con un Salomonico pareggio, però nel dubbio voi, stasera date due giri di chiave alla porta di casa, non si sa mai chi può esserci in giro.

Autore: Cassidy

 

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