SERIE

Boris – Gli occhi del cuore della televisione italiana

Ma quanto è bella la televisione?

Poco, in realtà. Potrà sembrare banale retorica, qualunquismo condito con una severa punta di sentito dire, ma obiettivamente ci sono dei fatti innegabili, tra cui appunto il decadente squallore della televisione italiana. E dire che un tempo “televisione” era sinonimo di eccellenza, nella nostra Penisola. Sì, perché c’era talento in tutto, anche nelle cose più semplici e di contorno, basti pensare alle “signorine Buonasera” che illustravano il palinsesto serale.

Che cosa rimane di tutto questo talento? Il nulla cosmico, affogato e violentato da tonnellate di pubblicità invadente in quanto a colori e volumi, spesso capaci di forare i timpani in maniera permanente.Eppure c’è chi su questo schifo ha costruito un prodotto divertente, satirico e fresco (nonostante i tredici anni di stagionatura appena festeggiati).

“Boris” è la serie TV di cui abbiamo sempre avuto bisogno, ma che forse non abbiamo mai meritato. È l’inno disperato di un settore che muore sotto i colpi dello schifo, il disperato grido di aiuto lanciato da addetti ai lavori sfruttati e sottopagati, costretti alle mansioni più umili al servizio di produttori despota e attori cani. È la voce di una classe attoriale che esiste ancora, e lavora sottotraccia per il bene di chiunque creda ancora un briciolo nel cinema italiano, che grazie a Dio ha ancora un cuore pulsante e sano al contrario della “cugina” televisione.

“Boris” è stato il trampolino di lancio di tanti attori (romani e non) che oggi siamo abituati a vedere in diverse commedie, tutte più o meno ben riuscite. Carolina Crescentini, Valentina Lodovini, Paolo Calabresi, Pietro Sermonti, i fratelli Guzzanti… Tutti artisti di livello, capitanati dallo spessore di attori come Ninni Bruschetta, Roberta Fiorentini e, dulcis in fundo, Francesco Pannofino, che si incazzerebbe a morte se io mi limitassi a definirlo soltanto attore, e avrebbe ragione da vendere.

C’è tanto teatro nel cast di “Boris”, ma la gente non lo sa, perché a teatro non ci va più nessuno, tanto in prima serata danno pubblicità con un po’ di film a margine e qualche bel quizzettone accattivante, quindi a teatro che ci si va a fare?C’è tanta verità nei fatti paradossali e assurdi di “Boris”, ma la gente non sa, perché porsi il problema di “come è fatto” è passato altamente di moda, e chissenefrega se dietro ad una produzione televisiva c’è il lavoro di schiavi e stagisti (e occhio a non farli diventare sinonimi), perché tanto è il cane di turno a prendersi il plauso del popolino e della critica venduta e priva di etica.

È la critica divertente al “troppo Italiano”, come direbbe Stanis La Rochelle, è l’invito al far le cose “a cazzo di cane”, perché l’importante è portare a casa la giornata, e poco importa se non c’è qualità, anzi, la qualità ha proprio rotto le palle, e allora viva la merda.

Sono passati dieci anni dall’ultimo episodio dell’ultima stagione di “Boris”, e il declino della televisione italiana, che già sembrava aver toccato fondi bassissimi, non si è fermato, anzi, ha inclinato ulteriormente il proprio piano verticale. Alcuni degli autori della serie non sono più su questa terra, così come alcuni attori che vi hanno preso parte. L’approdo del loro lavoro su Netflix ha risvegliato tanti fans, vecchi e nuovi che siano, portando gli autori superstiti a valutare una reunion, una sorta di “mini quarta stagione”.

Perché sì, di merda da smascherare ce n’è ancora tanta. E noi abbiamo ancora voglia di ridere.Ne vogliamo ancora. Vogliamo ancora sapere quanto sia bello stare in TV, pagati tantissimo per fare pochissimo e malissimo. Vogliamo conoscere i capricci più assurdi di chi recita senza nemmeno sapere dove sia e cosa sia un teatro. Vogliamo ancora l’odore di un set così tanto italiano.

E allora bentornato, Boris.E dai, dai, dai!!

Giuseppe Cassone

 

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